“UOMO E GALANTUOMO”- TEATROMANZONI – dal 10 al 27 ottobre 2013

Uomo e galantuomo

Al Teatro Manzoni dal 10 al 27 ottobre 2013
Biglietto:  poltronissima € 32,00;  poltrona: feriali € 20,00 – sabato e domenica  € 22,00
Orari:  feriali ore 20,45  –  domenica ore 15,30

L’Ass. cult.La Pirandelliana in coproduzione con Diana OR.I.S. presenta:           
Gianfelice Imparato, Giovanni Esposito, Valerio Santoro,     Antonia Truppo con Alessandra Borgia, Lia Zinno, Gennaro Di Biase, Roberta Misticone, Giancarlo Cosentino, Fabrizio La Marca in
“Uomo e Galantuomo” di Eduardo De Filippo, regia Alessandro D’Alatri; scene Aldo Buti; costumi Valentina Fucci; luci Adriano Pisi; musiche Riccardo Eberspacher

 “Io scrivo per tutti, ricchi, poveri, operai, professionisti… tutti, tutti! Belli, brutti, cattivi, buoni, egoisti. Quando il sipario si apre sul primo atto d’una mia commedia, ogni spettatore deve potervi trovare una cosa che gli interessa”.
Eduardo De Filippo si descriveva così parlando del suo lavoro. La lessi ancora ragazzo e mi rimase impressa nel cuore. Ma l’ho sentita ancor più forte quando è nata l’opportunità di poter allestire Uomo e galantuomo. Tutto è nato durante le pause di lavoro di “Tante belle cose” quando in cerca di uno spazio fumatori mi ritrovavo clandestino assieme a Gianfelice Imparato. L’affetto, la stima, il divertimento che mi procurava la sua “napoletaneità” stavano gettando le basi per farmi abbracciare da vicino Eduardo. Valerio Santoro, giovane e meritevole produttore, intuì e agì.
Il mio legame con Eduardo si perde nell’infanzia: ancora bambino, di famiglia umile, ricordo che un giorno alla settimana, quando la televisione italiana era tutta un’altra cosa, veniva programmato il teatro. Tra le mie opere preferite c’erano quelle di Eduardo e per questo avevo il permesso di andare a letto più tardi del solito. Le ricordo in bianco e nero e, a differenza del teatro dal vero, con i primi piani degli attori. Tra tutti, per espressività e capacità interpretativa, mi colpiva l’intensità di Eduardo. Riusciva a divertirmi facendomi credere ai drammi che stava interpretando. Una vera magia.
E’ con questo rispetto che mi sono avvicinato alla regia di “Uomo e Galantuomo”. Un testo giovanile (1922) classificato spesso come farsa. Una definizione che ho sempre sentito stretta. Infatti, seppure caratterizzata da una ricca serie di battute ed episodi irresistibilmente comici, nella commedia emergono una gran quantità di contraddizioni tra l’apparire e l’essere della borghesia contro il dramma proletario di chi ogni giorno affronta la sopravvivenza. Falso perbenismo contro tragedia. Onore da salvare contro fame. E in tutto questo dov’è l’uomo e dove il galantuomo?
Ecco perché considero “Uomo e Galantuomo” una commedia di altissimo livello, forse la più divertente, ma che sicuramente segnò per Eduardo il passaggio dalla farsa al teatro di prosa. E guarda caso al centro della commedia c’è proprio il teatro: una scalcagnata compagnia, nominatasi “L’eclettica” (proprio perché non pone limiti alle proprie attitudini artistiche), porta in

scena in una località turistica balneare “Malanova” di Libero Bovio. Attraverso il classico meccanismo della commedia degli equivoci, si scatena così il teatro nel teatro, la follia tra farsa e
dramma evocando sapori pirandelliani. Ma si respirano anche profumi di Goldoni, di Skakespeare, e forse anche un po’ di quel teatro dell’assurdo che va da Osborne a Beckett a Jonesco. L’assenza di talento e l’improvvisazione della compagnia fanno infatti da contrappasso ai drammi borghesi interpretati invece con talento e una vena di follia. Sullo stesso palcoscenico della vita saranno più attori i benestanti, i cui sforzi mirano ad interpretare ruoli d’apparenza che i veri commedianti protesi, senza alcuna esigenza interpretativa, soltanto a sopravvivere al quotidiano.
C’è tutto questo nel mio progetto di regia. C’è il rispetto per l’imponenza di una figura che considero un protagonista del teatro del novecento che invoca di essere affrontato con il giusto rigore che merita. Lo spazio scenico viene riempito dalle anime di quegli esseri umani mentre l’allestimento è cornice che le libera dal realismo per ricondurre la drammaturgia al centro della rappresentazione. E’ ovvio che si ride molto, ma con quel rigore di cui Eduardo si è fatto ambasciatore della sua arte nella storia.
Un’ultima cosa. Napoli e la sua lingua. Non starò qui ad elencare tutte le profonde radici che mi legano a quella città. Ma Napoli è un luogo che o lo contieni o è difficile da raccontare. Aspettavo da tempo questo appuntamento artistico con lei, con la sua lingua, con la sua ironia, a volte apparentemente eccessiva, ma così densa di umanità e poesia da renderla ogni volta “teatro”. 

Alessandro D’Alatri

ESTRATTI RASSEGNA STAMPA
Ci troviamo dinnanzi ad una commedia complessa che, nonostante gli elementi di testa chiede di essere trattata come la farsa più fragorosa .ed è ciò che fa la regia di Alessandro D’Alatri, così attenta a scandire i tempi e così amorosa nel disegnare i personaggi.  D’Alatri gioca poi l’asso vincente buttando nell’agone una compagnia in stato di grazia: Gianfelice Imparato è irresistibile nel ruolo del capocomico. Giovanni Esposito è la sua strepitosa <<spalla>>, Valerio Santoro è l’elegante <<mamo>> Alberto. Ci sono poi Antonia Truppo, Giancarlo Cosentino, Alessandra Borgia e tutti gli altri. Un successone.
Osvaldo Guerrieri  La Stampa 04/08/2013

Al centro della commedia c’è il teatro con protagonista una compagnia autodefinitasi “L’Eclettica” costituita da “Scavalcamontagne” che con facilità passano dalla farsa al dramma, secondo lo schema del teatro nel teatro.
Osvaldo Scorrano La Repubblica 31/07/2013

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