Jeff koons in Florence | 26 settembre – 28 dicembre 2015 |

Fabrizio
Moretti

presenta

Jeff
Koons

In
Florence

 

a cura
di Sergio Risaliti

 

Promossa
dal Comune di Firenze

In
collaborazione con Biennale Internazionale di Antiquariato
di Firenze

 

Organizzazione
Associazione Mus.e

 

Con il
contributo di Camera di Commercio, Moretti Fine Art, David Zwirner

 

 Firenze, 25 settembre
2015
, per
la prima volta, dopo circa cinquecento anni dalla messa in posa
dell’
Ercole
e Caco 
di
Baccio Bandinelli (1493-1560), una scultura originale di grandi
dimensioni sarà collocata sull’arengario di Palazzo Vecchio. Si
tratta di 
Pluto
and Proserpina
 di
Jeff
Koons

(1955), un’opera monumentale alta più di tre metri. Un evento
eccezionale che inaugura il progetto 
In
Florence
, un
programma ambizioso e innovativo che vede i
protagonisti dell’arte del nostro tempo confrontarsi con gli
spazi e le opere del Rinascimento fiorentino.

Jeff
Koons In Florence
 è
la mostra più attesa dell’anno: un confronto
tra la provocante bellezza delle opere del geniale artista
americano e i capolavori senza tempo di
Donatello
(1386-1466)
e
Michelangelo
(1475-1564). I luoghi eletti del “dialogo” saranno la
Sala
dei Gigli
in
Palazzo Vecchio

e
Piazza della Signoria
La mostra,  organizzata da Associazione Mus.e e a cura di Sergio
Risaliti, è realizzata grazie alle relazioni e al generoso
contributo di Fabrizio Moretti, nuovo mecenate per l’arte
contemporanea e per Firenze, già noto a livello internazionale come
mercante d’arte antica. 

A
Palazzo Vecchio sarà esposta
Gazing
Ball (Barberini Faun),
opera
realizzata nel 2013
 appartenente
alla serie denominata dall’artista 
Gazing
Ball

calchi
in gesso di celebri sculture del periodo greco-romano cui l’artista
ha aggiunto, in posizione di precario equilibrio, una sfera
di colore azzurro brillante e dalla superficie specchiante. Un
raffinato e attraente gesto concettuale per ribaltare e deviare lo
sguardo dello spettatore dall’ammirazione dell’opera classica,
quale immagine memorabile di pura perfezione, alla totalità dello
spazio ambientale, in cui si riconoscono anche gli osservatori e i
vari elementi che caratterizzano il contesto espositivo. Un lavoro
che insiste sulla seduzione del calco in gesso, così puro, leggero,
impalpabile, e la magia disorientante della sfera azzurra con la sua
superficie riflettente come uno specchio. 

L’antico
Fauno
Barberini

(

Uno
fauno a sedere più grande del naturale quale sta dormendo e tiene un
braccio in testa
”,
Archivio Barberini, Roma, 1632)
è
una scultura di età imperiale – ispirata probabilmente a un opera in
bronzo di epoca tardo-ellenistica.  Rinvenuto a Roma nei fossati
di Castel Sant’Angelo intorno al 1624, il  marmo entrò nella
collezione del Cardinale Francesco Barberini nel 1628,  per poi
arrivare in Germania agli inizi dell’Ottocento, dove è conservato
presso la Gliptoteca di Monaco. Alcuni restauri della scultura
furono eseguiti, già all’epoca del rinvenimento, dalla bottega di
Gian Lorenzo Bernini (1598-1680) o da lui medesimo.

Koons
spiega in questi termini il senso del suo lavoro: “
Ho
pensato a Gazing Ball guardando per molti anni sfere di questo
genere. Ho voluto affermare la perentorietà e la generosità della
superficie specchiante e la gioia che scatenano sfere come queste. La
serie Gazing Ball si basa sulla trascendenza. La consapevolezza della
propria mortalità è un pensiero astratto, e a partire da questa
scoperta uno inizia ad avere coscienza maggiore del mondo esterno,
della propria famiglia, della comunità, può instaurare un dialogo
più vasto con l’umanità al di là del presente
”.

La
sfera deve essere letta  come simbolo o archetipo della
perfezione del cosmo, dell’Uno, dell’infinito e dell’eterno –
come nel
Timeo
di Platone -, ma tale idealità  è contraddetta dalla
posizione arrischiata in cui l’oggetto sferico si
trova, posto com’è sulla coscia sinistra del giovane
Fauno, nonché dalla superficie che riflette il transeunte, il
molteplice, il mondo della vita.

Gazing
Ball

prende il nome dalle sfere specchianti, scoperte tante volte da Koons
nella casa d’infanzia in Pennsylvania: ammalianti, incantevoli
oggetti ornamentali prodotti per la prima volta a Venezia nel
tredicesimo secolo, divenuti poi famosi nel diciannovesimo secolo
durante il regno di Ludovico II di Baviera che li usava per decorare
i giardini dei suoi palazzi, quindi arrivati in Pennsylvania
attraverso gli Europei. Il potere incantatorio di questi oggetti
risiede nel fatto che a chi guarda ad essi viene concessa la
possibilità di vedere dietro le proprie spalle e fino agli angoli
più lontani, con effetto panottico e anamorfico, assorbendo
all’interno della stessa superficie il proprio riflesso e ogni
altro elemento intorno al proprio corpo. Forme affascinanti, magiche,
piacevoli anche per la loro leggerezza (si tratta di sfere di
vetro soffiato) e per la loro associazione con il gioco infantile.
Data la loro estrema fragilità sono anche associate all’effimera
durata della vita umana – così come le bolle di sapone cui spesse
volte vengono associate. Ecco perché la sfera, simbolo di
perfezione, spesse volte è associata al tema della malinconia, stato
d’animo provocato dal confronto dell’animo umano con
l’incommensurabile.  Come afferma Koons: “
La
serie denominata Gazing Ball  ha alla base lo “sguardo
del filosofo” che giunge alla trascendenza attraverso i sensi 
per poi dirigere la nostra visione verso l’eternità tramite la
pura forma e l’idea
”.

La
scelta di installare il 
Fauno nella
Sala dei Gigli, fastoso ambiente, decorato con pregevoli affreschi di
Domenico Ghirlandaio (1449-1494), e una finta tappezzeria
impreziosita dalla presenza di gigli d’oro -emblema angioino in campo
azzurro- nasce dalla volontà di creare un dialogo tra il linguaggio
rinascimentale e quello contemporaneo. La sala ospita anche
l’originale in bronzo della
Giuditta
e Oloferne
(1457
circa) di Donatello, una delle sculture più fascinose e
significative del Quattrocento italian
oDi
fronte al capolavoro donatelliano – Giuditta implacabile punitrice di
Oloferne, intorpidito dalla bellezza virginale della giovane eroina,
poi fiaccato dal vino, infine decapitato – il 
Fauno
Barberini
 -nella
versione rivisitata di Koons- si presenterà al pubblico ancora nella
sua provocante posa, esempio di una bellezza non volgare, sebbene
spinta al limite dell’osceno. La plateale esibizione del nudo, con
i genitali in bella mostra, la posa sensuale, indice di una potenza
sessuale selvaggia sembrerà provocare la stessa Giuditta, punitrice
degli eccessi libidinosi, della perdizione sessuale, come
simboleggiano i baccanali scolpiti a bassorilievo nel basamento. La
sfera specchiante e di colore azzurro entrerà, altresì, in rapporto
con l’effige in bronzo, e poi con il contesto decorativo della sala,
con le sue dominanti cromatiche e il prezioso soffitto ligneo.
Contrasti esaltati dall’operazione eseguita da Koons che affronta il
quotidiano e l’eterno, la bellezza classica e l’estetica di massa, la
sfera del mito e quella della mondanità, l’infanzia e la storia,
Eros e Thanatos, mentre l’ambivalenza tra equilibrio e instabilità,
originale e copia, oggetto artistico e merce, invita a riflettere
anche sul rapporto tra immaginazione e serialità, tra metafisica e
basso materialismo, tra stupore e mistificazione. Infine quello tra
immagini classiche e simulacri post-moderni.    

  

Altre
relazioni, altri significati emergeranno in
Piazza
della Signoria 
dove, a
poca distanza dalla copia in marmo del 
David
di
Michelangelo,
 sarà esposta
una delle più celebri sculture di
Jeff
Koons
Pluto
and Proserpina

(2010-2013)
,
un’opera monumentale, alta più di tre metri, in acciaio inox,
lucidata a specchio e con una cromatura in color oro. Le due
figure di Plutone e Proserpina, avvinghiate in un abbraccio
drammatico e sensuale, scintilleranno alla luce del giorno
e, illuminate durante la notte, strideranno
in contrasto con le sculture in marmo e bronzo della
piazza. Abbagliante presenza, l’opera di Koons, catturerà lo
sguardo dei cittadini e  dei turisti, unico originale tra le
copie del
David
e della
Giuditta
sull’arengario. La superficie specchiante dell’opera di Koons
funzionerà in modo da assorbire, catturare e liquefare tutto lo
spazio circostante, con effetti di splendore abbacinante e di
virtuosistica defigurazione. Le stesse forme del dio dell’Averno,
quelle della sua futura sposa – Persefone per i greci- sembreranno
liquefarsi in una materia fluida, quasi gelatinosa, fortemente
sensuale, al limite della dissoluzione figurativa, con il risultato
di disperdere i connotati iconografici, quindi il presupposto
mitologico dell’immagine, assieme all’originale morfologia
barocca di cui l’opera di Koons è in qualche modo una libera
riproduzione. In effetti, 
Pluto
and Proserpina
 di
Koons s’ispira a una celebre opera di Gian Lorenzo Bernini,
il 
Ratto
di Proserpina (225 cm, base 109 cm)
,
commissionata all’artista dal Cardinale Scipione Caffarelli
Borghese ed eseguita tra il 1621 e il 1622, quando Bernini aveva
di poco superato i vent’anni. Nei documenti dell’epoca il
gruppo viene descritto in questi termini: “
Una
Proserpina di marmo che un Plutone la porta via alto palmi 12 in
circa et un can trifauce con piedistallo di marmo con alcuni versi di
faccia
”. Alla
base della scultura era stato apposto, infatti, un testo poetico
dedicato all’opera del Bernini, adattamento di un distico composto
dal cardinale Maffeo Barberini, poi papa Urbano VIII,
impressionato dalla bellezza del marmo. Nei 
Dodici
distichi per una Galleria, illustra, con epigrammi e brevi
descrizioni, dodici quadri di una galleria immaginaria
si
legge:
 “Quisquis
humi pronus flores legis, inspice saevi / me Ditis ad domum
rapi”.
Per
questo il punto di vista privilegiato deve essere considerato
quello frontale, visto che qui si trovava l’iscrizione di Maffeo
Barberini. Guardando la scultura di Bernini, scopriamo, infatti, che
Plutone ha già lasciato cadere a terra il suo scettro bidentato per
agguantare con vigore la giovane che innalza la mano destra al
cielo con un gesto di lamento, supplicando aiuto e rimarcando a
questo modo con virtuoso effetto quell’ “inspice me” al centro
dei versi.

Per
meglio comprendere il soggetto, dobbiamo rileggere le 
Metamorfosi di
Ovidio, laddove viene descritto il momento in cui il dio degli inferi
aggredisce la figlia di Cerere, intenta a raccogliere fiori in un
boschetto nei pressi di un lago. La dea 
“si
stava divertendo a cogliere viole e candidi gigli, ne riempiva con
fanciullesco zelo dei cestelli e i lembi della veste, gareggiando con
le compagne a chi più ne coglieva, quando in un lampo Plutone la
vide, se ne invaghì e la rapì: tanto precipitosa fu quella
passione. Atterrita la dea invocava con voce accorata la madre e le
compagne, ma più la madre; e poiché aveva strappato il lembo
inferiore della veste, questa s’allentò e i fiori raccolti caddero a
terra: tanto era il candore di quella giovane, che nel suo cuore di
vergine anche la perdita dei fiori le causò dolore
“. La
mitica vicenda, secondo gli studiosi, si ricollega all’alternarsi
delle stagioni: al freddo e al gelo dell’inverno, alla rinascita
primaverile. Plutone, infatti, nella tradizione letteraria viene
spesse volte descritto come immagine del Sole. Nel trattato
Imagini
di Vincenzo Cartari (1531ca.- post 1571), ad esempio, testo
indispensabile per l’iconografia rinascimentale, si trova
scritto: “
[…]
fu finto che Plutone, intendendo per lui il Sole, la rapì, e
portossela in inferno, perche il calore del Sole nodrisce, e conserva
sotto terra tutto il tempo dell’inverno il seminato grano”
. Secondo
Varrone, citato da Sant’Agostino, il nome Proserpina verrebbe
addirittura da 
proserpere,
che simboleggia lo “sgusciare fuori” del seme dalla terra. Nel
marmo di Bernini, Proserpina, bella come la
Venere
di Prassitele, sta lottando invano per la sua verginità. Grida,
spalancando la bocca, invoca la madre e le compagne. Nello sguardo di
lei si leggono: vergogna per la sua nudità offesa,  paura nei
confronti della furia erotica di Plutone e commovente disperazione,
perché tra pochissimo la ragazza conoscerà l’oscurità dell’Ade. I
versi di Ovidio spiegano inoltre  la presenza di mazzi
di fiori freschi aggiunti, da Jeff Koons, con precisione filologica,
alla sua nuova scultura in acciaio inox, che, a differenza di
Bernini, ad esempio, omette la figura del cane Cerbero. Opera
monumentale, ricordiamolo,

Pluto
and Proserpina

verrà esposta dal 25 settembre sull’arengario di Palazzo Vecchio a
poca distanza dalla copia del
David,
simbolo universale del rinascimento fiorentino, tanto quanto la
Primavera
del
Botticelli agli Uffizi. 

In
tale posizione, si esplicita una diversa e più sottile relazione tra
Pluto
and Proserpina

di Koons e il contesto espositivo di Piazza Signoria, con la sua
sfilata di mirabili sculture. Il senso dell’arte, della bellezza e
dell’amore come continua rinascita, come sublimazione del
dolore e come superamento della morte (anche della morte
dell’arte). Infatti, nel mito di “Plutone e Proserpina” la
potenza ctonia di eros che può essere seminatrice di morte e di
violenza – sia spirituale sia materiale – è contraddetta dalla forza
generatrice della bellezza e dell’amore, dalla funzione vitale e
solare dell’unione di maschile e femminile, così come di storia e
immaginazione. La speciale collocazione di
Pluto
and Proserpina

di Koons è stata pensata anche per esaltare la peculiare
somiglianza di quest’opera  con il 
Ratto
delle Sabine
 del
Giambologna (1529-1608) – posto sotto la Loggia dei
Lanzi- e con il 
Genio
della Vittoria
 del
Buonarroti -conservato nel Salone dei Cinquecento di Palazzo
Vecchio, massimi esempi di una soluzione spiraliforme del movimento
nei corpi; suggerendoci inoltre che Bernini deve molto all’arte
del cinquecento nella sua prodigiosa invenzione del 
Ratto
di Proserpina.
Secondo
la critica, Gian Lorenzo Bernini, avrebbe, infatti, prima studiato
l’
Ercole
e Anteo

del Giambologna, per poi prendere spunto dall’opera del
toscano
 Pietro
da Barga (documentato da 1574 al 1588), autore di un bronzo di stesso
soggetto -oggi conservato al Museo Nazionale del Bargello- forse
ispirato ad un brano di Plinio, che nella 
Naturalis
Historia
,
(XXXIV, 69) descrive un gruppo bronzeo di mano di Prassitele, avente
a oggetto proprio il “Raptus Proserpinae”, così come ad un
bronzo di Vincenzo de’ Rossi (1525-1587), fuso nel 1565 circa.

Ecco
dunque che l’esposizione
Jeff
Koons In Florence

si presenta come un gioioso e raffinato gioco di citazioni e di
rinvii, di contrasti e di confronti tra antico e contemporaneo, dove
la superficie scintillante nasconde il senso oscuro e magico della
creazione in funzione anche apotropaica.

La
mostra, visibile dal 26 settembre al 28 dicembre 2015, nasce da
una proposta di Fabrizio Moretti ed è curata da Sergio Risaliti.

Promossa
dal Comune di Firenze, è organizzata da Mus.e con il contributo
della Camera di Commercio, della Galleria Moretti e da David Zwirner
con la collaborazione della Biennale Internazionale di Antiquariato
di Firenze.

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